Perché Advisory e Consulenza non sono la stessa cosa
Perché Advisory e Consulenza non sono la stessa cosa

Quando dialoghiamo con imprenditori, amministratori e manager di diverse aziende, osserviamo un trend piuttosto consolidato: quando raccontiamo che Mudra è un’advisory company, lo sguardo dell’interlocutore cambia, virando dall’interesse alla curiosità. Come se, per certi versi, non fosse chiaro il significato del termine “advisory”.

Ancor peggio, la maggior parte della volte non si instilla nessun dubbio nella mente di chi ci troviamo di fronte. Ma solo perché, nel loro universo semantico, “advisory” si sovrappone a “consulenza”. Una supposizione tutto sommato lecita, visto che il secondo termine (consulenza) viene considerato come l’equivalente italiano del primo. E qui sta la natura dell’errore – ribadiamo, più che lecito.

Tuttavia “advisory” e “consulenza” non sono la stessa cosa, e a distinguerle non sono semplici sfumature. Bensì hanno significati piuttosto diversi, pur muovendosi entrambe all’interno dello stesso contesto. E questo ci spinge a fare chiarezza sulla differenza tra questi due ambiti. Anche e soprattutto per aiutare le aziende a comprendere meglio di quale servizio e di quale figura di supporto necessitano.

Advisory vs consulenza: cambiano le regole d’ingaggio

L’advisor e il consulente sono due figure che svolgono un mestiere estremamente diverso. E un’azienda che ritiene di aver bisogno di rivolgersi a un professionista di tale calibro deve aver ben presente in cosa differiscono queste due figure.

Il consulente è infatti un professionista che possiede competenze tecniche precise (le cosiddette hard skills), attinenti a uno specifico ambito di applicazione. Ambito che può essere della natura più disparata: dall’IT all’apparato finanziario, dalle risorse umane alle procedure interne. Nel momento in cui l’azienda rileva un problema in uno di questi ambiti, l’esperienza tecnica di un consulente si rivela fondamentale per giungere a una soluzione.

L’advisor si muove invece ad un livello nettamente diverso. È una figura professionale con conoscenze e competenze piuttosto eterogenee, afferenti a diversi ambiti del contesto aziendale. E questo consente all’advisor di dialogare con persone di ogni area dell’azienda, dalla proprietà alla unit di produzione, passando per l’ufficio HR, per il Marketing, per il Commerciale e qualsiasi altra funzione interna.

E ciò in cui differiscono di più è l’orizzonte temporale del loro coinvolgimento. Il consulente si limita a intervenire in un ambito specifico e ben circoscritto, con l’obiettivo di fornire una soluzione nel più rapido tempo possibile. L’attività dell’advisor invece va ben oltre il perimetro di un contesto particolare, concentrandosi sulla strategia di medio-lungo periodo. Se il consulente risponde a un’esigenza estemporanea e limitata nel tempo, il valore di un advisor si evince nella capacità di visione sul lungo termine.

Sfruttando l’ampiezza e la profondità delle sue conoscenze, le figure apicali di un’azienda coinvolgono un’advisory company per definire e tracciare la direzione da seguire per il successo nel lungo periodo.

Modalità e tempi: come cambia l’intervento di un’advisory company

Un altro fattore critico che differenzia l’attività di advisory da quella di consulenza riguarda il contenuto dell’attività stessa. Il consulente offre infatti un supporto limitato non solo nel tempo, ma anche nello spazio per certi versi. La consulenza ha una natura esclusivamente operativa, in cui il consulente presta le proprie competenze tecniche all’azienda per raggiungere un obiettivo estremamente vicino nel tempo. L’advisor lavora invece al fianco dei decision makers aziendali per generare un impatto dagli effetti prolungati nel tempo, mettendo la propria esperienza al servizio dell’intera azienda. In un dialogo che coinvolge più funzionali aziendali. E questo proprio perché il successo nel lungo periodo dipende da molteplici fattori, concatenati tra loro attraverso più aree dell’azienda.

Dal punto di vista della modalità di erogazione del supporto, l’advisory si configura come un affiancamento regolare e costante nel tempo. Con l’obiettivo di costruire assieme alla proprietà e ai vertici aziendali la strategia di lungo periodo da perseguire. Delineando anche le fasi necessarie per implementarla, che comprendono tempi, figure da coinvolgere, costi da sostenere. E definendo soprattutto i risultati attesi, rendendo così misurabile il ritorno dell’intera attività di advisory.

Per fare questo, l’advisor si muove fisiologicamente in modo diverso dal consulente. Quest’ultimo opera a tutti gli effetti come una figura esterna all’azienda, con cui instaura il più classico dei rapporti di collaborazione. Invece l’advisor si muove internamente all’azienda, come una sorta di temporary manager. Ragionando e operando come un dipendente, ma relazionandosi come una sorta di mentore per le figure aziendali con cui entra in contatto.

Perché rivolgersi a un’advisory company

Un imprenditore prende in considerazione l’ipotesi di rivolgersi a figure esterne nel momento in cui rileva un problema. Realizzando al tempo stesso di non avere sufficienti competenze interne per giungere a una soluzione. Problema che, attenzione, può avere sfumature non per forza negative. Prendendo il fatturato come elemento di criticità, il trigger può essere sia un calo drastico dello stesso in un momento di crisi, sia la difficoltà a realizzare una crescita esponenziale dopo anni di stabilità.

In questo caso, un consulente finanziario richiederebbe all’azienda in questione di visionare il bilancio, alla ricerca di voci di costo da ridurre o addirittura eliminare. Ed è probabilmente una scelta corretta, laddove vengano rilevati oggettivamente degli sprechi. Tuttavia quasi sempre non è una misura correttiva sufficiente.

Per un advisor l’analisi del bilancio sarebbe solo una delle molteplici attività da condurre per comprendere innanzitutto la situazione di partenza. Andando poi a dialogare con ogni area aziendale per conoscere in profondità tutti i processi dell’azienda, dalle vendite al marketing passando per la produzione. E, soprattutto, tutte le componenti tangibili e intangibili del successo (o insuccesso) dell’azienda. Delineando così pattern e percorsi articolati lungo cui risalire per individuare tutti i punti da ottimizzare e migliorare, nell’ottica di crescita aggregata, consolidata e strutturale dell’intera azienda.

In estrema sintesi, rivolgersi a un’advisory company è una scelta vincente nella misura in cui è un’attività che produce benefici nel lungo periodo. Gettando basi solide per sostenere la crescita del business negli anni a venire, e non solo fino al termine del prossimo anno fiscale.

Quando dialoghiamo con imprenditori, amministratori e manager di diverse aziende, osserviamo un trend piuttosto consolidato: quando raccontiamo che Mudra è un’advisory company, lo sguardo dell’interlocutore cambia, virando dall’interesse alla curiosità. Come se, per certi versi, non fosse chiaro il significato del termine “advisory”.

Ancor peggio, la maggior parte della volte non si instilla nessun dubbio nella mente di chi ci troviamo di fronte. Ma solo perché, nel loro universo semantico, “advisory” si sovrappone a “consulenza”. Una supposizione tutto sommato lecita, visto che il secondo termine (consulenza) viene considerato come l’equivalente italiano del primo. E qui sta la natura dell’errore – ribadiamo, più che lecito.

Tuttavia “advisory” e “consulenza” non sono la stessa cosa, e a distinguerle non sono semplici sfumature. Bensì hanno significati piuttosto diversi, pur muovendosi entrambe all’interno dello stesso contesto. E questo ci spinge a fare chiarezza sulla differenza tra questi due ambiti. Anche e soprattutto per aiutare le aziende a comprendere meglio di quale servizio e di quale figura di supporto necessitano.

Advisory vs consulenza: cambiano le regole d’ingaggio

L’advisor e il consulente sono due figure che svolgono un mestiere estremamente diverso. E un’azienda che ritiene di aver bisogno di rivolgersi a un professionista di tale calibro deve aver ben presente in cosa differiscono queste due figure.

Il consulente è infatti un professionista che possiede competenze tecniche precise (le cosiddette hard skills), attinenti a uno specifico ambito di applicazione. Ambito che può essere della natura più disparata: dall’IT all’apparato finanziario, dalle risorse umane alle procedure interne. Nel momento in cui l’azienda rileva un problema in uno di questi ambiti, l’esperienza tecnica di un consulente si rivela fondamentale per giungere a una soluzione.

L’advisor si muove invece ad un livello nettamente diverso. È una figura professionale con conoscenze e competenze piuttosto eterogenee, afferenti a diversi ambiti del contesto aziendale. E questo consente all’advisor di dialogare con persone di ogni area dell’azienda, dalla proprietà alla unit di produzione, passando per l’ufficio HR, per il Marketing, per il Commerciale e qualsiasi altra funzione interna.

E ciò in cui differiscono di più è l’orizzonte temporale del loro coinvolgimento. Il consulente si limita a intervenire in un ambito specifico e ben circoscritto, con l’obiettivo di fornire una soluzione nel più rapido tempo possibile. L’attività dell’advisor invece va ben oltre il perimetro di un contesto particolare, concentrandosi sulla strategia di medio-lungo periodo. Se il consulente risponde a un’esigenza estemporanea e limitata nel tempo, il valore di un advisor si evince nella capacità di visione sul lungo termine.

Sfruttando l’ampiezza e la profondità delle sue conoscenze, le figure apicali di un’azienda coinvolgono un’advisory company per definire e tracciare la direzione da seguire per il successo nel lungo periodo.

Modalità e tempi: come cambia l’intervento di un’advisory company

Un altro fattore critico che differenzia l’attività di advisory da quella di consulenza riguarda il contenuto dell’attività stessa. Il consulente offre infatti un supporto limitato non solo nel tempo, ma anche nello spazio per certi versi. La consulenza ha una natura esclusivamente operativa, in cui il consulente presta le proprie competenze tecniche all’azienda per raggiungere un obiettivo estremamente vicino nel tempo. L’advisor lavora invece al fianco dei decision makers aziendali per generare un impatto dagli effetti prolungati nel tempo, mettendo la propria esperienza al servizio dell’intera azienda. In un dialogo che coinvolge più funzionali aziendali. E questo proprio perché il successo nel lungo periodo dipende da molteplici fattori, concatenati tra loro attraverso più aree dell’azienda.

Dal punto di vista della modalità di erogazione del supporto, l’advisory si configura come un affiancamento regolare e costante nel tempo. Con l’obiettivo di costruire assieme alla proprietà e ai vertici aziendali la strategia di lungo periodo da perseguire. Delineando anche le fasi necessarie per implementarla, che comprendono tempi, figure da coinvolgere, costi da sostenere. E definendo soprattutto i risultati attesi, rendendo così misurabile il ritorno dell’intera attività di advisory.

Per fare questo, l’advisor si muove fisiologicamente in modo diverso dal consulente. Quest’ultimo opera a tutti gli effetti come una figura esterna all’azienda, con cui instaura il più classico dei rapporti di collaborazione. Invece l’advisor si muove internamente all’azienda, come una sorta di temporary manager. Ragionando e operando come un dipendente, ma relazionandosi come una sorta di mentore per le figure aziendali con cui entra in contatto.

Perché rivolgersi a un’advisory company

Un imprenditore prende in considerazione l’ipotesi di rivolgersi a figure esterne nel momento in cui rileva un problema. Realizzando al tempo stesso di non avere sufficienti competenze interne per giungere a una soluzione. Problema che, attenzione, può avere sfumature non per forza negative. Prendendo il fatturato come elemento di criticità, il trigger può essere sia un calo drastico dello stesso in un momento di crisi, sia la difficoltà a realizzare una crescita esponenziale dopo anni di stabilità.

In questo caso, un consulente finanziario richiederebbe all’azienda in questione di visionare il bilancio, alla ricerca di voci di costo da ridurre o addirittura eliminare. Ed è probabilmente una scelta corretta, laddove vengano rilevati oggettivamente degli sprechi. Tuttavia quasi sempre non è una misura correttiva sufficiente.

Per un advisor l’analisi del bilancio sarebbe solo una delle molteplici attività da condurre per comprendere innanzitutto la situazione di partenza. Andando poi a dialogare con ogni area aziendale per conoscere in profondità tutti i processi dell’azienda, dalle vendite al marketing passando per la produzione. E, soprattutto, tutte le componenti tangibili e intangibili del successo (o insuccesso) dell’azienda. Delineando così pattern e percorsi articolati lungo cui risalire per individuare tutti i punti da ottimizzare e migliorare, nell’ottica di crescita aggregata, consolidata e strutturale dell’intera azienda.

In estrema sintesi, rivolgersi a un’advisory company è una scelta vincente nella misura in cui è un’attività che produce benefici nel lungo periodo. Gettando basi solide per sostenere la crescita del business negli anni a venire, e non solo fino al termine del prossimo anno fiscale.