Con una mossa inattesa, la Cina reagisce ai dazi di Trump bypassando l’interlocutore politico e parlando direttamente ai consumatori finali.
Mentre i giornali si concentrano sulla percentuale dei dazi, la Cina gioca le sue carte con un’abilità disarmante, andando dritta a puntare al cuore dei consumatori.
Lo scenario di riferimento è il mercato del largo consumo B2C, senza distinzioni di target:
dal mondo del fast fashion a quello del lusso, migliaia di imprenditori e commercianti cinesi stanno suggerendo a gran voce di acquistare direttamente dalle loro fabbriche.
Parlare al consumatore là dove si è sicuri di trovarlo
Accade soprattutto su TikTok, la piattaforma – guardacaso – cinese che conta 1.5 miliardi di utenti attivi nel 2025. Nelle ultime settimane, è sempre più frequente intercettare video della durata di pochi minuti o addirittura secondi, che, nell’ordine:
- Prendono in giro gli operai americani, con un video ai limiti del bullismo, sostenendo che 30 anni di manodopera delocalizzata in Cina hanno reso le persone incapaci di svolgere anche le operazioni più banali. Questo è sicuramente il video più famoso, lo trovi qui
- Parlano dritti al cuore dei consumatori segmento luxury, facendo notare come il valore percepito di un prodotto non dipende dalla qualità, ma dal brand. Il video in questione è su TikTok e lo trovi qui
- Attaccano i loro stessi big player del low cost, suggerendo alternative con un migliore rapporto qualità prezzo, qui trovi il video e ti garantisco che risulta piuttosto sorprendente
- Ricordano ai consumatori occidentali che loro sono nelle case di tutti, ma noi non siamo nelle case di alcun cinese. Sempre ai limiti del bullismo, eccovi uno dei tanti contenuti di questo tipo
Quindi, cosa succede ora al mercato B2C? Rischio disintermediazione?
Va da sé che non basta una strategia di contenuto social per distruggere un mercato. Esistono regole, esistono… dazi, esistono anche azioni che sono messe in atto dai singoli Stati per contrastare il dominio altrui, vedi la legge anti fast fashion appena approvata in Francia. La Cina non potrà disintermediare solo a suon di TikTok, ma è lì e fa sentire la sua voce.
E noi occidentali? Beh, va da sé che non possiamo continuare sulla stessa linea di sempre. Cito un altro contenuto di TikTok, ormai diventato la mia fonte principale di informazione alternativa.
Il consumatore non è imbecille. Al netto degli influencer che propinano prodotti griffati come se fossero fatti d’oro, c’è una maggioranza silenziosa che è stanca di sperperare denaro in merce scadente. I trend del mercato dell’usato stanno avendo impennate spaventose:


Stanno cambiando i trend di consumo. Questa non è solo la descrizione di una neonata sensibilità ambientale, perché vi garantisco che non è sufficiente per muovere un mercato. Qui si tratta di un mondo in cui l’economia è stagnante, le prospettive non sembrano favorevoli e manca tanto la voglia quanto il potere d’acquisto per sperperare.
Come spiegavo in un altro contenuto in cui parlavo della tutela degli asset intangibili come strumento di contrasto dei dazi, è necessario ripensare l’approccio alla produzione e alla sostenibilità del business sul lungo periodo.
La Cina sa come tutelare i suoi asset intangibili, molto meglio di noi
Di fatto, questo sta facendo la Cina. Farà anche prodotti di qualità infima (perlomeno, quelli che arrivano in Europa), è da sempre sinonimo di materiali scadenti, odori sgradevoli, plastica di dubbio gusto. Però sa che è un nostro partner industriale, sa che tutto ciò che è nelle nostre case arriva da lì. Conosce i suoi asset intangibili!
Noi con cosa rispondiamo? Anche volendo copiare la strategia di content marketing su TikTok, cosa possiamo raccontare?
La “tradizione artigianale” non tira più. La qualità made in Italy è un concetto che suona cinese ancora più di un gattino dorato che muove la zampa. La cucina ok, ma non possiamo avere una nazione trainata dai ristoranti. Il turismo non sa fronteggiare la piaga dell’overtourism e, insieme al clima, già sta generando una gentrificazione allarmante. Non entro nel merito dello stato della ricerca scientifica e men che meno della cultura. Che famo?
Forse sono queste le argomentazioni da trattare seriamente, mentre ci facciamo prendere per i fondelli davanti al mondo intero da chi, fino a ieri, pensavamo fosse solo il nostro miglior fornitore di schiavitù a basso costo.




